Non è raro ultimamente sentirmi dire che andare al lavoro è un’attività che toglie tempo alle cose belle della vita e che se ne dovrebbe fare sempre il meno possibile, cercando in tutti i modi degli escamotages per lavorare poco e guadagnare molto. Nel nostro fiorente stato italiano questo sembra essere diventato ormai il sogno più ambito: non fare nulla e guadagnare.
Spesso queste critiche mi vengono mosse da chi lavora moltissimo o da chi non lavora per niente, che magari si dà da fare in mille cose frammentate e alla fine della giornata non ha combinato alcunché. E non immaginate gli occhi sgranati di questa gente quando viene a conoscenza del fatto che per andare e tornare dal luogo di lavoro impiego in media tre ore della mia giornata. Tre ore secondo loro “sprecate”, in cui si potrebbero fare cose più divertenti.
Ma se io oggi non fossi andato in ufficio, chi mi avrebbe dato l’odore delle 7 del mattino in inverno nel bosco vicino casa mia, l’incontro con gli amici di sempre sul treno, gli scambi di pareri fotografici e i discorsi sulla vita, la lettura del mio libro, l’ascolto di musica mentre il treno viaggia? E ancora chi mi avrebbe dato le risate coi colleghi (che sono tutti fortunatamente gagliardi!), lo scambio di informazioni sulle nostre vite vissute, l’incontro con Antonello Salis, il paesaggio notturno cittadino e il dolce momento del ritorno a casa?
Lavorare, si sa, stanca, ed anche io benedico i giorni di riposo; ma essi hanno senso proprio perché esiste il lavoro (pensate che fino a 50 anni fa si lavorava anche 60-70 ore a settimana…). Inoltre ciascun giorno ha la sua pena, e la sua gioia, ma a noi sta rimanere in movimento il più possibile diretti verso uno scopo, perché la soddisfazione finale è sempre un’emozione, e soprattutto chi cammina fa strada e di conseguenza sempre incontri nuovi…
P.S. In queste poche righe qui sopra sono stati citati almeno tre passi della Bibbia, chi sa dirmi quali sono?