Il quinto libro - La prova del furetto

Quando fummo sicuri che i Gorram non sarebbero tornati, potemmo accertare la situazione: nonostante i nostri sforzi, una parte dell’accampamento era andata a fuoco, ma soprattutto Godric giaceva esanime a terra circondato da una pozza del suo stesso sangue. Taryus, dopo aver studiato le ferite del barbaro, determinò che il cimmerio avrebbe avuto bisogno di almeno uno o due giorni di completo riposo a letto per potersi riprendere. Purtroppo questa non era una scelta praticabile: mentre Taryus stava ancora esaminando Godric, Sine era giunta furibonda da noi, accusandoci di essere i responsabili dell’attacco dei Gorram. Fortunatamente ero stato in grado di calmarla, argomentando che se fossimo stati davvero alleati dei Gorram, non avrebbe avuto senso che essi attaccassero mentre noi eravamo ancora nel villaggio. In ogni caso, Sine mi aveva fatto capire senza mezzi termini che non eravamo più i benvenuti nel villaggio.

Grazie all’intercessione della vecchia con cui avevo parlato già in precedenza, riuscimmo ad arrivare ad un compromesso: in cambio di uno dei due rotoli di coda di seta che portavo con me, i Murrogh ci diedero del legno a sufficienza per costruire una slitta con cui trasportare Godric. La stessa vecchia mi rivelò inoltre ciò che aveva cercato di dirmi prima dell’attacco dei Gorram: il totem con le corna di bufalo era sì tipico del suo clan, ma non lo avremmo trovato in alcun accampamento Murrogh. Questo totem era realizzato, infatti, solo quando essi stipulavano un’alleanza e veniva consegnato all’altro clan al momento di suggellare il patto. La donna mi informò inoltre che in quel momento l’unico clan con il quale fossero alleati erano i Galloph dell’altopiano della Gamba Rotta. Questa sarebbe stata quindi la nuova tappa della nostra ricerca!
Una volta terminata la costruzione della slitta ed armati delle nuove informazioni ricevute, ci caricammo Godric e lasciammo infine l’accampamento dei Murrogh. Trascorremmo la notte e tutto il giorno successivo accampati in una grotta poco distante, con Taryus che cercò di curare al meglio le ferite di Godric. Fortunatamente il cimmerio fu all’altezza della fama di robustezza della sua razza e riprese i sensi già dopo poche ore. Quando fu di nuovo in grado di parlare, ci spiegò che la Gamba Rotta era situata nella zona nord-occidentale della Cimmeria, vicino al confine con le terre dei Pitti. Sfortunatamente, ciò significava diversi giorni di marcia sotto quel clima inclemente, dato che fino a quel momento ci eravamo diretti verso Est nella nostra ricerca dei Murrogh.

Il primo giorno di marcia fu esattamente all’altezza delle aspettative: la pioggia cadde copiosa sin da metà mattina e poco dopo pranzo fummo costretti a fermarci e cercare un riparo per la notte, poiché la visibilità era divenuta talmente scarsa da impedirci di capire anche solo in che direzione ci stessimo muovendo. La mattina successiva, quando smise finalmente di piovere, ci rendemmo conto di aver compiuto la scelta giusta: nel corso dell’ultimo tratto del nostro cammino avevamo deviato verso Nord iniziando a muoverci in cerchio e se non avessimo preso la decisione di fermarci già nel primo pomeriggio, ci saremmo ritrovati a marciare in una direzione totalmente sbagliata.

Il secondo giorno di marcia ci riservò anch’esso delle sorprese, anche se di tipo diverso: lungo la strada incontrammo infatti una donna cimmera, molto ben vestita per lo standard del luogo. Essa ci disse di chiamarsi Dàire, di essere fuggita da un villaggio vicino e di avere bisogno di aiuto. Ci chiese quindi se poteva marciare con noi almeno fino al villaggio successivo, offrendoci in cambio i suoi servizi come guida. Ci informò inoltre che l’area brulicava di bande di razziatori pitti, che erano penetrati in forze oltre il confine approfittando del fatto che i guerrieri cimmeri erano occupati nell’assedio di Venarium.

Il fatto che nessuno ci avesse attaccato nei minuti in cui eravamo rimasti fermi a parlare con Dàire mise a tacere i miei dubbi che quell’incontro fosse in realtà una trappola e la donna aveva in effetti l’aspetto di chi avesse passato una o più notti all’addiaccio. Accettammo quindi di portarla con noi, almeno per un tratto breve, caricandola sul cavallo di Godric. Per sicurezza continuammo comunque sulla strada che avevamo scelto, che passava per le cime delle colline, invece di seguire quella che Dàire ci aveva consigliato e che ci avrebbe fatto lasciare la protezione delle alture per scendere a fondovalle. Con il senno di poi, forse avremmo fatto meglio a darle ascolto.

La sera ci fermammo di comune accordo in anticipo rispetto al solito in modo da dare il tempo a Godric e Gillen di cacciare qualcosa per cena. Della carne fresca sarebbe stata un cambiamento piacevole rispetto alle fette di formaggio ed al pane raffermo delle nostre razioni! Commettemmo in questo modo due errori madornali, dei quali la responsabilità è soltanto mia: nonostante l’avvertimento di Dàire sulla presenza di bande di Pitti nella zona, non solo dividemmo in due le nostre forze proprio nel momento in cui iniziava a calare l’oscurità, ma lasciai che Godric si allontanasse portando con sé solo il mio arco da caccia, cosa che lo rendeva quasi indifeso. La conseguenza di questa mia faciloneria fu che Gillen e Godric furono sorpresi da un gruppo di quattro pitti e persero uno dei nostri preziosi cavalli prima di riuscire a fuggire. Allo stesso tempo anche l’accampamento fu attaccato da altri quattro Pitti, ma nel nostro caso io e Taryus eravamo pienamente armati ed equipaggiati per cui, nonostante la sorpresa iniziale, non incontrammo alcun problema a liberarci di loro, catturandone anche uno vivo. Nel corso della schermaglia, Dàire si impossessò della alabarda di Godric e la usò abilmente per fare a pezzi uno dei quattro pitti. È proprio vero ciò che si dice: gli inferi non conoscono la furia di una donna cimmera in battaglia! Non eravamo però usciti illesi dallo scontro: Taryus aveva ricevuto un brutto colpo alla schiena che aveva incrinato diversi anelli della sua armatura ed anche Dàire era rimasta ferita, seppure in modo meno grave. Fu in quella occasione che Taryus mi rivelò che quando in precedenza aveva medicato una ferita della donna, si era reso conto che essa era al terzo o quarto mese di gravidanza. Era forse quello il motivo della sua fuga? Non sarebbe stata di certo la prima donna alle prese con una gravidanza «delicata»!

Godric e Gillen ritornarono al campo poco dopo e ci riferirono dell’attacco subito e della perdita del cavallo. Anche la caccia non era andata a buon fine, in quanto essi erano riusciti a prendere solo una misera lepre prima di essere assaliti dai pitti. In ogni caso non c’era tempo da perdere. Se vi erano, come probabile, altre bande di razziatori nei dintorni, esse erano state sicuramente allertate dai rumori dello scontro. Spegnemmo quindi il fuoco, raccogliemmo rapidamente la nostra roba e ci spostammo in cerca di un luogo più difendibile, non prima però di aver eliminato il prigioniero. Mi dispiacque non poterlo interrogare, ma il tempo stringeva e non vi era verso di portarlo con noi.

Avanzammo cautamente a cavallo nella notte buia. Gillen era in sella con me e Dàire cavalcava di nuovo assieme a Godric, in sella a quello che era stato il cavallo di Gillen. Presto trovammo un costone roccioso che sporgeva dal bordo del sentiero e che offriva un buon riparo sia dagli sguardi che dalla pioggia che aveva nel frattempo ripreso a cadere. Fu lì che aiutando Taryus a togliersi l’armatura mi resi conto della gravità della ferita che aveva ricevuto. Il colpo aveva mancato di poco la spina dorsale, ma era penetrato profondamente nella zona del rene sinistro e tutta quella parte del suo corpo era macchiata di sangue. Cercammo di fare del nostro meglio per pulire la ferita, ma restava il fatto che il corinzio necessitava delle cure di un cerusico di buona esperienza. Purtroppo tra di noi era proprio Taryus l’unico a conoscere qualcosa delle scienze medicali. Fortunatamente Dàire ci informò che la capitale del suo clan, i Callaugh, era a meno di una giornata di cammino da dove ci trovavamo. Avevamo ancora gli oggetti da barattare lasciatici da Eulio e con un po’ di fortuna saremmo riusciti a scambiarne qualcuno in cambio dei servigi di un guaritore.

Mentre consumavamo al buio la nostra magra e fredda cena, Dàire ci raccontò la sua storia e potei così confermare buona parte delle mie supposizioni. Ci disse di essere la figlia del capoclan e che, in virtù di una serie di accordi presi ancora prima della sua nascita, era stata promessa in sposa al figlio del capo del clan Conach [NdR che è poi il clan di Conan]. Il matrimonio era stato celebrato subito prima che i guerrieri partissero per Venarium. Peccato che, in ribellione al progetto di matrimonio, lei si fosse scelta da tempo come amante uno dei cacciatori del suo clan, suo cugino Alian. Pochi giorni addietro, una delle donne del villaggio aveva infine scoperto che Dàire era incinta e che la gravidanza era troppo avanzata perché il bambino potesse essere stato concepito dopo il matrimonio. Per evitare punizioni, lei era quindi fuggita cercando di tornare al villaggio paterno.

Dàire ci disse di essere certa che suo padre Kefek l’avrebbe compresa e che il giorno dopo, al momento di entrare nel villaggio, noi tutti saremmo stati ricompensati per averla difesa lungo il viaggio. Io ebbi in quel momento il timore che in realtà quella femmina avrebbe cercato di discolparsi di fronte ai genitori ed al villaggio accusando uno di noi di essere il padre del suo bambino, magari aggiungendo pure di essere stata costretta con la forza a giacere con lui. Del resto era stata sufficientemente subdola da farsi un amante pur essendo già promessa ad un altro, per cui che cosa l’avrebbe fermata dall’agire in una maniera avrebbe scaricato tutta la colpa della vicenda su di noi? Decisi comunque di non confidare agli altri questi timori.

La notte trascorse senza altri incidenti e quando, ben prima che sorgesse il sole, fui svegliato da Gillen per iniziare il mio turno di guardia, constatai con piacere che la pioggia era cessata, lasciando il posto ad un cielo limpido. Potemmo in questo modo tenere un buon ritmo di marcia per tutta la mattina, nonostante che i nostri cavalli fossero di necessità molto carichi. Verso metà giornata arrivammo infine all’accampamento fortificato dei Callaugh e lì, fortunatamente, i miei timori su ciò che ci aspettava si rivelarono infondati. Dàire ebbe un colloquio privato con i genitori, al termine del quale il padre, pur chiaramente irritato dalla vicenda, si avvicinò a noi e ci ringraziò per l’assistenza data alla figlia, ordinando anche di preparare un pranzo di festa facendo macellare un bue muschiato, che da quelle parti è considerato un piatto raro e prelibato. Allo stesso tempo, egli ci disse di ritenere che Finn, il capo dei Conach e padre del marito di Dàire, sarebbe arrivato presto al villaggio per pretendere riparazioni per il comportamento della donna. Ciò mi preoccupò alquanto, dato che un assedio al villaggio avrebbe potuto complicare non poco i nostri piani.

Mentre il colloquio tra Dàire ed i genitori era ancora in corso, infatti, Taryus aveva scoperto che nel posto d’onore al centro dell’accampamento sorgeva uno dei totem dei Murrogh! Ciò aveva fatto sperare a tutti noi che quello in cui ci trovavamo fosse il villaggio della visione di Eulio e che la ricerca del quinto libro di Vathelos fosse infine giunta al termine. Decidemmo quindi che durante il pranzo avremmo cercato di scoprire che cosa ne sapevano quei barbari del libro. Nel frattempo, con la scusa di mostrarle la nostra mercanzia, io intavolai una discussione con la moglie di Kefek, Alia. Fui quindi in grado di apprendere che, anche se Finn era noto per essere una testa dura, raramente contese come quella che riguardava Dàire degeneravano in una guerra aperta tra i clan. Probabilmente il risultato finale non sarebbe andato oltre la cessazione di qualsiasi accodo commerciale tra i Callaugh ed i Conach. Dal modo in cui la donna parlava, ebbi inoltre l’impressione che fosse lei la vera esperta di commercio del clan.

Durante il pranzo, Godric intavolò a sua volta una lunga conversazione con Alia e questa si dimostrò sorprendentemente aperta nel rispondere alle sue domande. Scoprimmo così che un libro che corrispondeva alla descrizione dataci da Eulio faceva effettivamente parte del tesoro del clan e che in quel momento esso era nelle mani del loro sciamano. Alia ci informò anche che quel libro era in loro possesso da molti anni, ma che di colpo alcuni mesi prima lo sciamano aveva iniziato ad interessarsi sempre più morbosamente ad esso. Da quel momento egli aveva mostrato segni sempre più forti di pazzia, fino ad abbandonare il villaggio per ritirarsi in una capanna in mezzo ai monti.
Proprio mentre Alia finiva il suo racconto, avvertii uno sbattere d’ali alle mie spalle e potei vedere un corvo che si allontanava rapidamente inseguito da un rapace. Come ho già scritto precedentemente in questa cronaca, i corvi sono poco diffusi in Cimmeria, tanto che quando indicai l’animale ad Alia, questa disse di non averne mai visto uno prima di allora. Ciò mi fece tornare in mente Eulio ed il sospetto che avevo avuto a Venarium che questi fosse in grado di usare i corvi come delle spie al suo servizio. Ne parlai con gli altri e posi anche un’altra questione: a mio giudizio era evidente dalla descrizione di Alia che lo sciamano avesse imparato ad usare il libro di Vathelos. Se Eulio era in grado di comandare i corvi, era possibile che anche quello sciamano fosse diventato in grado di fare lo stesso, e che quindi il corvo che avevo visto fosse in realtà una sua spia? Ciò avrebbe significato che nel momento in cui fossimo giunti ad affrontarlo –perché era chiaro a tutti noi che nessuno che ne conoscesse il valore si sarebbe mai separato volontariamente dal libro– egli avrebbe saputo perfettamente chi eravamo e perché eravamo lì. Senza contare che nessuno di noi era in grado di anche solo immaginare le abilità stregonesche che lo sciamano poteva aver appreso dalla lettura del libro.

Non avemmo comunque molto tempo per valutare la cosa: mentre il pranzo era ancora in corso, si presentò di fronte a noi Finn con un seguito di venti membri del suo clan. I minuti successivi furono molto tesi, mentre i due capi clan si lanciavano accuse reciproche. Presto però l’attenzione di Finn si concentrò su di noi e si verificò infine ciò che sin dal giorno prima avevo temuto che accadesse: egli accusò Godric di essere il vero padre del figlio di Dàire e la sua opinione al riguardo si dimostrò irremovibile. Dopo infinite pressioni, Finn accettò infine che l’innocenza di Godric fosse stabilita con un giudizio divino. Conoscendo qualcosa del culto dell’onnipresente dio cimmero Crom, mi aspettai a quel punto che il povero Godric sarebbe stato obbligato a combattere un duello all’ultimo sangue, ma stranamente Finn invocò invece come giudice la dea Faeiry, che sforzando la mia memoria ricordai essere venerata nel Regno di Confine come dea della caccia.

Il giudizio consistette, appropriatamente per la divinità invocata, in una caccia ad un furetto che vide Godric contrapposto al miglior cacciatore dei Conach, senza che nessun altro potesse intervenire a favore di alcuno dei due. Kefek mi disse comunque di essere certo della nostra innocenza e di avere pronto un piano di riserva nel caso che Godric fosse stato battuto. Fortunatamente ciò non fu necessario. Dopo un paio d’ore di caccia, Godric rientrò stringendo trionfalmente il furetto ucciso e Finn sembrò soddisfatto del risultato. Da quel momento in poi il capo dei Conach ci ignorò totalmente per concentrarsi nelle trattative con Kefek.

Per quanto ci riguardava, io avvicinai nuovamente Alia e le spiegai che le condizioni di Taryus, per quanto migliorate, richiedevano le cure di un cerusico esperto e, come speravo, lei mi rispose che l’unico che ne sapesse qualcosa era il loro sciamano. In cambio di una buona porzione delle brocche che ci aveva lasciato Eulio, mi feci quindi dare un segno di riconoscimento per lo sciamano, costituito da due piume bianche, che gli avrebbe indicato che giungevamo da lui con la benedizione dei capi del suo clan.

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