Archive for the 'Spiritualità' Category

Ars gratia Artis

Venerdì, Aprile 2nd, 2010

In questi giorni notoriamente dedicati al silenzio ed alla riflessione, davanti ai Sepolcri e con la recente lettura del libro “La via lattea” di Odifreddi, Valzania e Cardini in mente, non ho saputo resistere nel condividere sul blog alcune mie riflessioni.
Nell’immenso oceano della vita, noi barchette solitarie ci chiediamo spesso che senso abbia galleggiare per un po’ ed abbandonare ad un certo punto il tutto magari dopo una vita difficile o difficilmente comprensibile; purtroppo questo post non si prefigge lo scopo di rispondere a queste domande, ognuno è capitano della propria imbarcazione e ci sono persone più importanti di me che vivono allo scopo di trattare queste domande.
Quello sui cui riflettevo invece era la caratteristica a mio avviso peculiare del genere umano, per quanto anche il mondo animale ne faccia uso: la necessità e l’importanza del linguaggio e quindi della comunicazione; anche se sul maxi schermo ci presentano spesso eroi solitari o in gruppetto, la nostra esistenza perde di significato se ci viene tolta la possibilità di interagire e di comunicare con quanta più gente possibile. Non a caso fenomeni come Facebook o Twitter riscuotono un così grande successo, basandosi sul bisogno della gente di sapere cosa c’è di nuovo e di sentirsi appagato nell’essere seguito in quello che fa, con la riserva di poter decidere cosa condividere e cosa no.
Ma nella mia limitata esperienza di vita ho notato che le più grandi emozioni, i più inspiegabili repentini sbalzi di sentimento, la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di grande, si ha spesso e soprattutto in presenza di opere d’arte. Difficile spiegare cosa si prova ad ascoltare una sequenza di note che ci porta istantaneamente su piani semantici che fino a quel momento non avevamo sperimentato. Continuando nell’esempio musicale, perché a me viene voglia di lasciarsi andare alle emozioni più pure di fronte sia a complicatissime sinfonie che a “quattro note in croce” come spesso si usa dire?
Ognuno faccia i propri esempi, potremmo aggiungerci ovviamente anche le esperienze più profonde di contatto umano, come un buon rapporto di coppia in amicizia o amore, senza dimenticare inoltre ciò che si prova di fronte ai misteri della Natura e del concetto di Dio.
A mio avviso, l’arte è il linguaggio universale, supera le barriere spaziali e temporali (chi non si emoziona di fronte a opere di migliaia di anni fa?), riesce all’istante a guarire l’animo dal dolore, ci fa sentire di fronte a qualcosa di più grande di noi. E noi ne siamo interpreti, così come interpretiamo la bellezza di un paesaggio, che agli occhi della fisica non è che un insieme di oggetti, mentre gli stessi elementi a noi possono piacere o no a seconda di come sono disposti. L’artista quindi non va osannato perché sia riuscito ad inventare chissà quale cosa, egli ha solo avuto il dono di poter parlare questa lingua, ha sfruttato il suo talento per dirci qualcosa di importante nel linguaggio universale.
E se questo linguaggio lo parlano gli uomini, se è intrinseco alla bellezza della Natura che ci circonda, se esiste da sempre, se è vero che la materia è formata da corde che quando vibrano armonicamente esistono e creano quello che conosciamo, se l’arte ci fa vibrare, sarà forse questo il linguaggio per parlare con Dio?

Pavane pour une Tante

Giovedì, Aprile 2nd, 2009

Qualche mese fa un improvviso tumore ha portato via in poco tempo la zia paterna di Silvia, Anna, a cui tutti eravamo legati per il suo carattere e la sua spontaneità nei rapporti umani. Sicuramente avrete appreso questa notizia a suo tempo, e davvero ci sono poche parole da dire di fronte a casi come questi.
Questo evento ha subito ispirato in me il desiderio di sublimare il dolore in musica, cristallizzando in un brano per pianoforte tutte le differenti emozioni, dalla sofferenza al tenero ricordo, e per dare solennità al tutto ho deciso di ispirarmi liberamente ad un brano ben più famoso, la Pavane pour une Infante Defunte di Ravel, per quanto non composto in occasione della morte di una principessa, e che quindi non si concede a temi funebri classici bensì richiama la dolcezza di una vita passata e in qualche modo pone l’attenzione su ciò che è stato piuttosto che solo sul tema della scomparsa.
Il brano fa parte del mio prossimo album tutto dedicato ai differenti tipi di amore che un essere umano può sperimentare, sebbene manchi ancora un bel po’ prima che riesca a terminarlo e ad inserirci davvero tutto quello che desidero.
Nel frattempo, come al solito, potrete ascoltarlo a questo indirizzo o cliccando sul titolo nella barra di destra.
 

Apologia del lavoro

Martedì, Dicembre 9th, 2008

Non è raro ultimamente sentirmi dire che andare al lavoro è un’attività che toglie tempo alle cose belle della vita e che se ne dovrebbe fare sempre il meno possibile, cercando in tutti i modi degli escamotages per lavorare poco e guadagnare molto. Nel nostro fiorente stato italiano questo sembra essere diventato ormai il sogno più ambito: non fare nulla e guadagnare.
Spesso queste critiche mi vengono mosse da chi lavora moltissimo o da chi non lavora per niente, che magari si dà da fare in mille cose frammentate e alla fine della giornata non ha combinato alcunché. E non immaginate gli occhi sgranati di questa gente quando viene a conoscenza del fatto che per andare e tornare dal luogo di lavoro impiego in media tre ore della mia giornata. Tre ore secondo loro “sprecate”, in cui si potrebbero fare cose più divertenti.
Ma se io oggi non fossi andato in ufficio, chi mi avrebbe dato l’odore delle 7 del mattino in inverno nel bosco vicino casa mia, l’incontro con gli amici di sempre sul treno, gli scambi di pareri fotografici e i discorsi sulla vita, la lettura del mio libro, l’ascolto di musica mentre il treno viaggia? E ancora chi mi avrebbe dato le risate coi colleghi (che sono tutti fortunatamente gagliardi!), lo scambio di informazioni sulle nostre vite vissute, l’incontro con Antonello Salis, il paesaggio notturno cittadino e il dolce momento del ritorno a casa?
Lavorare, si sa, stanca, ed anche io benedico i giorni di riposo; ma essi hanno senso proprio perché esiste il lavoro (pensate che fino a 50 anni fa si lavorava anche 60-70 ore a settimana…). Inoltre ciascun giorno ha la sua pena, e la sua gioia, ma a noi sta rimanere in movimento il più possibile diretti verso uno scopo, perché la soddisfazione finale è sempre un’emozione, e soprattutto chi cammina fa strada e di conseguenza sempre incontri nuovi…

P.S. In queste poche righe qui sopra sono stati citati almeno tre passi della Bibbia, chi sa dirmi quali sono?