I barbari a Podgorica
Giovedì, Giugno 24th, 2010
Vladan è un montenegrino dall’aspetto classico: alto, magro, fronte spaziosa, parla un fluente italiano ed è alla ricerca di un materasso in puro lattice naturale da comprare in Italia. Mi chiede quale è secondo me la migliore marca di materassi, gli rispondo, ma la mia suggerita non ne produce in lattice totalmente naturale, così Vladan continua la sua ricerca su internet.
I muri di Podgorica sono tappezzati di scritte inneggianti ai “Varvari 1987″, parola che in montenegrino significa, appunto, barbari, a volte si vede anche il logo di un vichingo bianco in campo blu; facile pensare si tratti di qualcosa legata al mondo dello sport, meno facile indovinarne la provenienza. La sera dello stesso giorno dedicato alla ricerca del materasso incontro Vladan ad un party quasi esclusivamente popolato da italiani, alla padrona di casa regala un libro che raccoglie gli scritti di Petar Njegos, il principe-vescovo vissuto nella seconda metà del settecento: su questi testi si basa tutta l’identità montenegrina.
Chiedo a Vladan qualcosa sui Varvari, i suoi occhi si illuminano e mi risponde subito che si tratta di un gruppo di supporters della locale squadra di calcio, “Ma sai perché si sono costituiti nel 1987?” mi chiede, ovviamente io non ne ho idea, ma Vladan non mi dà tempo di abbozzare una risposta che subito continua: “Noi non avevamo questo tipo di gruppi organizzati, ma poi negli anni ‘80 vedevamo tutti la tv italiana e scoprivamo che le squadre più importanti avevano questi gruppi, così ci siamo ispirati e anche lo FK Budućnost Podgorica ebbe i suoi Barbari”.
Mentre io rifletto su come la televisione possa esportare “cultura”, Vladan continua per altri venti minuti, ricorda le glorie delle squadre di calcio, di pallacanestro, di pallanuoto e pallamano della ex-Jugoslavia, e lo fa con l’ardore del tifoso e il rigore dello storico, le date sono precise così come i numerosi nomi (a me comunque abbastanza noti) dei singoli sportivi, piano piano la nostalgia prende il sopravvento e lampante appare il fatto che la guerra nei balcani ha ucciso oltre alle persone anche realtà parallele che rendono la vita di ognuno qualcosa di migliore.
“Difficile sarà riavere le emozioni di quegli anni, gli interessi di pochi hanno diviso le vite di molti in tutti i sensi. Ma a me piace guardare le cose in modo propositivo, un mio amico ha trovato l’amore della sua vita grazie alla guerra”. Così termina il suo lungo discorso, è la prima volta che qualcuno qui mi parla di quegli anni e certo non avrei immaginato di poter cogliere significati profondi parlando di argomenti sportivi.
La serata va avanti e il party finisce, Vladan continua a chiedersi perché a un certo punto i suoi ex connazionali si siano ritrovati ad uccidere quelli che fino all’anno prima con loro sugli spalti tifavano la Stella Rossa di Belgrado o che si emozionavano insieme davanti alla tv quando la Jugoslavia vinceva i mondiali di pallacanestro; da quel poco che ho capito questa è la domanda che passa nella mente di tutti i serbi, bosniaci, croati, sloveni, montenegrini dotati di buon senso, la maggioranza quindi. Ma questa domanda se la sono fatta in tanti prima di loro, tutti gli uomini che hanno fronteggiato una guerra civile, ed in definitiva tutti quelli che abbiano mai fronteggiato la guerra “civile” contro altri esseri umani.

L‘alba che vidi nell’agosto 2001 in arrivo a Spalato da Ancona è di quelle che non si possono dimenticare: cielo blu profondo ed una miriade di isole nere come la pece ad interrompere le venature rosso fuoco del sole che sorgeva. Ma di quel viaggio non dimentico soprattutto l’ingresso in Bosnia, per raggiungere Sarajevo in una mini missione di sostegno e ricostruzione di 15 giorni nel quartiere a prevalenza cattolica di Stup.
